Il lavoro difficile del Posturologo.

Correzione Posturale Firenze e Bologna

 

Daniele Ugolini Una riflessione sulla Posturologia.
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Il lavoro difficile del Posturologo.
L’AIP è uno strumento importante e una potenzialità futura: vuole essere il mezzo di dialogo tra figure professionali di estrazione diversa, ma accomunate da un identico interesse, vale a dire ‘lo studio interdisciplinare dei rapporti tra la postura del corpo e determinate patologie algiche che risultano derivare da un mal assetto posturale’ (estratto dallo Statuto).
L’impegno dell’AIP è costantemente rivolto alla ricerca e alla diffusione (didattica) delle conoscenze ed esperienze dei suoi collaboratori; per questo invitiamo professionisti e altre Associazioni di settore a partecipare, il loro apporto aiuterà l’AIP a crescere ancora ed ufficializzarne la voce nel mondo scientifico.
Penso che sia opportuno, a questo punto, fare alcune riflessioni sugli aspetti salienti della professione.
Il Posturologo è quello specialista che ha affrontato un percorso formativo che lo ha reso consapevole di quelli che sono i problemi posturali e di come affrontarli, nel rispetto della materia e dell’individuo. Per potersi definire Posturologi è necessario aver frequentato un Master Universitario.
Chi può diventare Posturologo? Tutti quelli che, più o meno direttamente nella loro professione, si occupano della Postura dell’uomo: Laureati in Scienze Motorie o in Scienze Riabilitative, Optometristi, Odontoiatri e Ortodontisti, Psicologi, Ortopedici e Fisiatri, Medici di base e così via (se qualche categoria non è stata citata, mi si perdoni l’involontaria omissione).
È bene precisare, però, che il Master in Posturologia non modifica le competenze di base del singolo specialista: quelle che cambiano col percorso formativo sono le consapevolezze e, di conseguenza, cambia il modo di approcciare il problema.
Lo specialista posturoconsapevole, infatti, è ricco di visione globale: sa bene che nessun organo, nessuna funzione del nostro corpo lavora isolato, bensì è integrato costantemente in un meccanismo cibernetico, dove la risultante finale è l’interazione con l’ambiente.
All’interno di un percorso articolato, che vede in prima fase la consultazione del medico di base e in tappe successive interventi specialistici a sfondo monotematico, il Posturologo può assumere l’importante funzione di coordinatore al fine del miglior risultato terapeutico.
Ancora oggi, infatti, capita spesso che il problema del disturbo cronico sia affrontato in maniera sintomatica e non eziologica, intesa quest’ultima come la capacità di evidenziare la noxa primaria che sottostà ai comuni sintomi più spesso riferiti: lo squilibrio posturale. Dietro alla maggior parte delle problematiche dolorose protratte nel tempo e riferite dai pazienti vi è, infatti, un’alterazione dei complessi meccanismi che regolano il tono di base della muscolatura che ci permette di equilibrarci nel mondo.
L’intervento classico (e quindi sintomatico) permette di escludere problematiche focali acute: gli esami dei vari specialisti ci consentono di non commettere l’errore opposto, quello cioè di considerare ogni manifestazione algica come il frutto di un’alterazione recettoriale. Tuttavia là dove le normali procedure terapeutiche falliscono in parte o del tutto, può essere opportuno affrontare la situazione secondo una visione diversa, allargata e ‘olistica’ (ossia globale) e valutare se, nei casi presi in esame, sia presente quel substrato comune alla sintomatologia polidistrettuale, che è lo scompenso di tipo posturale, quindi muscolare. Perché così affrontato, il problema è senz’altro meglio risolvibile. È la collaborazione transdisciplinare, infatti, che porta a risultati più soddisfacenti e stabili nel tempo e il Posturologo può, a ragione, essere la base di coordinamento in questa fase.
È una funzione importante, eppure difficile da gestire. Troppo spesso, infatti, il Posturologo tende ad uscire dalle proprie competenze professionali e a sconfinare nei settori affini.
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Vediamolo nei dettagli: molti dei Posturologi non sono medici e la maggior parte di essi, ad esclusione dei Fisioterapisti (e figure equipollenti), non possono ‘mettere le mani addosso’ alle persone che vedono durante lo svolgimento delle loro attività. Ciò non toglie che possano avere competenze atte a dare consigli di igiene posturale ai ‘colleghi’ medici: il problema è che spesso non si relazionano in modo corretto e finiscono col dare ‘prescrizioni’; è logico che questo produca delle reazioni e delle contestazioni.
D’altro lato, a volte sono i medici a non accettare il contributo che i Posturologi possono a ben titolo dare loro, perché si sentono portatori di una verità accademica. E i colleghi Posturologi laureati in Medicina contribuiscono a questa limitazione, quando asseriscono che soltanto loro possono a buon titolo fregiarsi del titolo di Posturologo.
Ribadisco il concetto: non è il titolo, bensì sono le competenze che entrano in gioco e queste sono il frutto di un percorso esperienziale che è tipico di ogni singola figura professionale. C’è la necessità di un linguaggio unico in un dialogo bidirezionale. Prendiamo da ogni esperienza ciò che ci può arricchire e rigettiamo ogni atteggiamento classista, nessuno di noi è su una cattedra, tutti impariamo ogni giorno dai nostri pazienti e dai nostri colleghi. Modestia mentale e grandezza intellettuale: questi i requisiti che possono far evolvere una professione quanto mai sfaccettata e sottoposta ad una crescita così rapida, che non permette un solo istante di sosta.
Quante volte, infatti, mi sono sentito dire da qualche collega: ‘anch’io ho fatto una scuola di Posturologia diversi anni fa…’ Ma cosa significa? Niente, perché nel frattempo altre informazioni hanno sconvolto il mondo scientifico, evidenziando aspetti fino ad allora ignorati ed arricchendo il quadro complessivo.
Oramai le risposte le troviamo nella Neurofisiologia e, come mi ha detto recentemente il professor De Cicco, a cui devo molto, se non altro per gli stimoli a riflettere: ‘studia le Neuroscienze, studia, studia e ancora studia’, perché nient’altro può aiutare a trovare le risposte necessarie.
In quest’ottica è indispensabile uscire dai modelli ed affrontare la Posturologia integrando quanto di meglio e di più aggiornato riusciamo a trovare nel panorama scientifico. Alcuni nostri eminenti colleghi hanno sviluppato metodiche proprie, con risultati quanto mai stimolanti, tanto importanti da sembrare, ad occhio inesperto, dei veri e propri miracoli. ma nel far questo si sono chiusi in un circolo dove tutto è finalizzato a dimostrare la loro arte. Non me ne vogliano per questi concetti, li rispetto e li ammiro, eppure la singola metodica può non rispondere alle necessità che incontriamo quotidianamente in studio.
Ai ripetuti inviti a frequentare i loro corsi e specializzarmi nel loro metodo ho risposto spesso di no, perché amo sperimentare, verificare, esplorare cosa vi è di buono attorno: preferisco arricchirmi ancora di quella visione globale che mi fa trovare il problema del singolo individuo, sotto stratificazioni articolate ed uniche di strategie e adattamenti.
A quei colleghi esimi mi rivolgo ogni volta che (e sono frequenti) il quadro mi sfugge alla comprensione o alle capacità terapeutiche: io, semplice fisioterapista, preferisco ancora quella visione generale che dà lo spunto. Se so leggere il problema, ho già raggiunto lo scopo ed ho le risposte, qualcuno eventualmente mi aiuterà dal lato terapeutico con competenze più specifiche. D’altronde, ‘le savoir est rasoir’, citando qualcuno più grande di me.
Durante la programmazione di un prossimo corso a Caserta, più volte un carissimo collega mi ha domandato: ‘uscirò da quell’evento con un metodo operativo?’. La risposta è sempre stata la stessa: no. Non faccio corsi finalizzati al metodo, bensì al modo di pensare e affrontare la materia.
Lo scopo, nell’impostazione minimalista che cerco sempre di mantenere, è quello di dare un contributo che sia inseribile in ogni metodica, portando quell’arricchimento che altri, fra i grandi della Posturologia, mi hanno trasmesso e potrei citarli uno ad uno. Da Moro, che mi ha folgorato sulla via per Damasco, a Bricot, a cui devo la mia prima formazione; da
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Caiazzo, a Ferrante; dai coniugi Roll, a De Cicco; da Gagey, a Brunelli, grandi fra i grandi; da Zavarella, a Roncagli; da ogni singolo collega e quanti altri in questo momento non ricordo, ma che comunque ringrazio. La lista è lunga e si arricchisce ogni giorno: ‘se ho visto più lontano di altri, è perché stavo su spalle di giganti’.
Oggi affronto ogni singolo caso con il dubbio cartesiano e ogni volta mi meraviglio se, fra la miriade di segnali che mi arrivano, riesco ad individuare il primum momens, il problema specifico e a dare quella risposta che ogni volta mi viene richiesta. Questo è il vero miracolo: che fuori da schemi e da metodologie possa ancora trovare la chiave individuale, frutto di tutti quegli eventi (la ‘vis a tergo’) che hanno portato quell’individuo ad essere quello che è, in quel preciso momento, in quel particolare contesto.
È il sesto senso a guidarmi o il frutto dell’esperienza trasmessami da ogni incontro vissuto. Le domande che di continuo mi condizionano sono la manifestazione dei canoni imposti: primum non nocere, intervento minimalista, ridotto impegno per il soggetto, contenuto impatto economico, rispetto per le esigenze individuali. E soprattutto apertura mentale e disponibilità alla collaborazione: là dove le nostre competenze si fermano, si aprono tutte le meravigliose competenze di tutti quei colleghi che, come noi, non desiderano altro che migliorare la qualità di vita di coloro che ci interpellano.
Soltanto in quest’ottica il Posturologo può davvero essere un punto di riferimento ed un aiuto per la Medicina, intesa nel suo valore più vero.
Per questo, offrendo rispetto, chiediamo altrettanto rispetto dai collegi medici, perché, se è vero che otteniamo risultati là dove loro falliscono, ciò è dovuto soltanto ad una visione diversa, che può arricchire anche loro se si adegueranno e saranno disponibili a scendere al nostro piano. Noi li attendiamo a braccia aperte.